Francesco Lobriglio
Psicologo e Sessuologo Clinico
Anorgasmia: capire perché non si raggiunge l'orgasmo
Si parla di anorgasmia quando l'orgasmo manca, o si raggiunge con grande ritardo o con una stimolazione lunga e faticosa, oppure arriva ma con sensazioni molto ridotte. Nella donna è una delle richieste più frequenti in uno studio di sessuologia. Per l'uomo la difficoltà corrispondente, l'eiaculazione ritardata, ha una pagina propria, Eiaculazione ritardata.
Prima di entrare nel merito è utile chiarire un punto, perché da solo risolve una parte delle richieste che arrivano in studio. Raggiungere l'orgasmo con la stimolazione del clitoride ma non durante la penetrazione non è un disturbo. La maggior parte delle donne ha bisogno di quella stimolazione, e i manuali diagnostici lo hanno riconosciuto. Fino a qualche anno fa esisteva una diagnosi per le donne che raggiungevano l'orgasmo con la stimolazione del clitoride ma non con la penetrazione, ed è stata eliminata perché descriveva il modo in cui funziona la maggior parte delle donne, non un disturbo. Allo stesso modo non esiste un tempo «giusto» per arrivare all'orgasmo, né per le donne né per gli uomini, così come non esiste nemmeno un modo giusto di provarlo. Una difficoltà diventa qualcosa di cui occuparsi quando si ripete nel tempo, quando dura da mesi e soprattutto quando pesa a chi la vive o alla coppia. In quel caso vale la pena capire da dove viene, perché le cause possono essere molto diverse fra loro e ognuna chiede un lavoro diverso.
Come funziona
Per capire di che cosa si tratta, in un primo colloquio si parte da tre domande semplici. La difficoltà c'è da sempre, oppure è comparsa da un certo punto in poi? Si presenta con tutti e in ogni situazione, o solo con qualcuno? Da soli l'orgasmo si raggiunge e con l'altra persona no? Le risposte a queste prime domande servono per inquadrare la situazione e per strutturare un intervento adeguato, perché ognuna orienta verso una strada diversa. Una difficoltà presente da sempre e in ogni situazione chiede un lavoro diverso da una che compare solo con il partner, e una comparsa di recente fa pensare prima di tutto a qualcosa che è cambiato.
La valutazione medica viene per prima quando la difficoltà è comparsa insieme a un farmaco, dopo un intervento, o con una malattia neurologica o metabolica. Molti antidepressivi ritardano o bloccano l'orgasmo, nelle donne e negli uomini, e il fatto che la cura stia funzionando sull'umore non esclude che stia interferendo negativamente sul piacere. In questo caso è bene parlarne con chi ha prescritto la terapia, evitando di sospendere senza il suo parere. In questi casi la valutazione medica precede il lavoro psicologico ma non lo sostituisce.
Sul piano psicologico il meccanismo è diverso da quello delle altre difficoltà sessuali, e vale la pena spiegarlo con calma. L'orgasmo è un riflesso. Non si può decidere a comando, e si controlla volontariamente solo in parte. Per arrivarci bisogna smettere di controllare con il pensiero e lasciare che l'attenzione resti sulle sensazioni, sull'immaginazione e sul piacere del momento. Chi non lo raggiunge, di solito, sta facendo esattamente il contrario, anche senza volerlo. Durante il rapporto pensa «non vengo», «non ci riesco», cerca di sentire il più possibile, si osserva e si sforza di venire. In altri termini l'attenzione è tutta concentrata sul raggiungere l'orgasmo, ma è proprio questo che impedisce il verificarsi delle condizioni necessarie al raggiungimento, cioè usare l'immaginazione e abbandonarsi. A ogni rapporto la preoccupazione cresce, l'attenzione torna sul risultato invece che sulle sensazioni, e il circolo vizioso si ripete.
Per arrivarci bisogna smettere di controllare con il pensiero e lasciare che l'attenzione resti sulle sensazioni, sull'immaginazione e sul piacere del momento.
Alcune donne descrivono un'eccitazione che sale, si mantiene per molto tempo a un livello alto e poi scende senza raggiungere il picco. Altre parlano invece di un'eccitazione rapida che cala di colpo, come se la possibilità reale di un orgasmo facesse paura. In questo secondo caso il tema è la paura di lasciarsi andare: perdere il controllo, fare o dire qualcosa di sconveniente, dipendere dall'altra persona. Va detto che l'ansia non spiega sempre tutto. La ricerca non ha trovato nessuna combinazione di fattori che distingua le donne che raggiungono l'orgasmo dalle altre, e una certa tensione, in chi non ha difficoltà, favorisce l'orgasmo invece di ostacolarlo. Per raggiungere l'orgasmo servono in realtà tutte e due le cose. Serve un rilassamento sufficiente per accogliere la stimolazione e lasciarla agire, e serve anche una certa tensione, perché è la tensione a permettere al corpo di rispondere a quella stimolazione.
C'è poi un aspetto di cui è giusto parlare apertamente, ed è il trauma. Un abuso o una violenza sessuale, anche se avvenuti molto tempo prima e a volte mai raccontati a nessuno, possono rendere difficile abbandonarsi durante un rapporto, perché lasciarsi andare non viene più sentito come sicuro. In alcune storie, inoltre, l'orgasmo è stato provato proprio durante l'abuso, e questo lascia un senso di colpa che pesa ancora anni dopo. Quando c'è una storia di questo tipo, il lavoro sul trauma viene prima di quello sull'orgasmo, e ne parlo nella pagina dedicata a Trauma e PTSD. È importante però non fare il ragionamento al contrario, perché una difficoltà dell'orgasmo non è, di per sé, il segno di un abuso.
Due cose pratiche contano più di quanto si pensi. La prima è la stimolazione. Ogni donna ha bisogno di una stimolazione specifica, che cambia anche nella stessa persona, in momenti diversi della vita. Molte donne, semplicemente, non hanno ancora avuto modo di scoprire di che cosa hanno bisogno, e molte situazioni si risolvono proprio trovando le informazioni che mancavano. La seconda sono le convinzioni sull'orgasmo «giusto»: che quello vaginale sia più maturo di quello clitorideo (una distinzione che non ha senso dal punto di vista fisiologico, perché entrambi dipendono in gran parte dalla stimolazione del clitoride), oppure che debba arrivare con la sola penetrazione o che debba essere simultaneo. Sono idee molto diffuse, anche fra persone che si informano, e in terapia vanno corrette per prime, perché finché ci si crede ogni rapporto viene giudicato in base a un modello sbagliato.
C'è poi il partner, che nella difficoltà dell'orgasmo ha un peso maggiore di quanto si pensi. Molte richieste arrivano dopo l'incontro con un partner nuovo, che fa confronti con le esperienze precedenti, oppure da un uomo che legge l'orgasmo dell'altra persona come la prova di essere un buon amante. In tutti e due i casi nasce il dovere di raggiungerlo per non deludere, e uno scenario di questo tipo genera ansia in tutti e due. Non di rado, a quel punto, l'orgasmo viene simulato, per non dare un dispiacere all'altra persona o per proteggersi da una domanda che non si sa come affrontare. La simulazione, però, toglie alla coppia la possibilità di capire che cosa funziona e che cosa no, e per questo in terapia se ne parla senza giudizio.
Lo stesso sintomo, poi, ha cause e significati diversi in persone diverse. Può essere un'idea sbagliata di che cosa sia normale, che nessuno ha mai corretto; lo sforzo di raggiungere il piacere invece di sentirlo; l'effetto collaterale di un farmaco o di una malattia; la paura di lasciarsi andare con una persona; ciò che l'orgasmo dovrebbe dimostrare, a sé o all'altra persona. Il lavoro comincia dal capire quale di queste storie, o quale combinazione, è la propria, e spesso dal togliere l'obbligo di raggiungere un risultato.
Come lavoro in terapia
Il primo colloquio serve a capire da quando c'è la difficoltà, in quali situazioni si presenta, con quale stimolazione, quali pensieri la accompagnano e che cosa è già stato provato. Se si è in una relazione stabile va indagato anche come la coppia vive la situazione, e con le coppie vengono effettuati anche colloqui separati laddove il partner è collaborante. Se ci sono segnali di una componente fisica o di un effetto dei farmaci, si concorda un passaggio medico.
Il secondo passo è la psicoeducazione, cioè spiegare come funziona l'orgasmo, quanto sia diverso da una persona all'altra, quali stimolazioni lo rendono possibile e quali convinzioni lo bloccano. Poi si passa a lavorare su tre piani. Il primo è quello delle sensazioni. Si impara a conoscere il proprio corpo e la stimolazione che funziona. Il secondo è quello dei pensieri: le convinzioni sull'orgasmo giusto, sul dovere di arrivarci, sulla masturbazione, sul compiacere; e la paura di lasciarsi andare, che si affronta per gradi. Su questo livello troviamo anche le esperienze di vita e gli aspetti della personalità che influenzano il comportamento sessuale. Il terzo, quando presente, è la coppia: come se ne parla, che cosa ognuno si aspetta che l'orgasmo dimostri, e quale altra difficoltà, magari dell'altra persona, è rimasta nascosta fino a quel momento.
Per l'orgasmo, a differenza dell'erezione, non esiste un farmaco. Quello che il medico può fare è togliere ciò che lo blocca, un farmaco, una carenza, un dolore. Il resto è lavoro psicologico e di coppia. Gli studi disponibili indicano che le difficoltà presenti «da sempre» rispondono spesso bene a un lavoro in cui si impara a conoscere il proprio corpo e la stimolazione che funziona, mentre quelle comparse più tardi richiedono un lavoro sulla relazione e sugli aspetti di personalità. Va ricordato che in ogni caso nessuno può promettere un esito. Si può lavorare per capire di quale difficoltà si tratta e affrontarla nel miglior modo possibile.
Puoi richiedere un colloquio se:
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l'orgasmo non arriva, o arriva solo con grande fatica e la cosa ti pesa;
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per conto tuo ci riesci, con l'altra persona no;
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prima ci riuscivi e da un certo punto in poi no, e vuoi capire che cosa è cambiato;
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fingi da tempo e non sai più come parlarne.
Francesco Lobriglio, Psicologo e Sessuologo Clinico, Psicoterapeuta in formazione. Iscritto all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna, n. 11908.
Ricevo in presenza a Firenze, presso il Centro Il Ponte in via Scipione Ammirato 37, e online in videochiamata (come funziona: Terapia online). La parte psicologica del lavoro si fa bene anche a distanza. L'eventuale valutazione medica resta in presenza.
Puoi scrivermi su WhatsApp al +39 375 784 1966 o prenotare un primo colloquio su MioDottore. Non c'è un'età in cui sia troppo tardi per imparare. La prima cosa da capire è se c'è un problema, e quale.
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Domande frequenti
No. Per la maggior parte delle donne la penetrazione da sola non è la stimolazione che porta all'orgasmo, e i manuali diagnostici non lo considerano un disturbo. Spesso dipende da un'idea, propria, del partner o letta da qualche parte, su come l'orgasmo «dovrebbe» raggiungersi; in questi casi serve un'informazione corretta, non una diagnosi.
Succede spesso, ed è un'informazione utile: la capacità di raggiungere l'orgasmo c'è. Con l'altra persona cambiano due cose, la stimolazione, che non è quella che si conosce, e l'attenzione, che si sposta dal sentire al dimostrare. Il lavoro consiste nel comunicare al partner ciò che si sa di sé e nel chiarire che cosa l'orgasmo dovrebbe dimostrare.
Sì, e più spesso di quanto si pensi. Molti antidepressivi e altri farmaci ritardano o bloccano l'orgasmo. È bene parlarne con chi ha prescritto la terapia, evitando di sospendere senza il suo parere. Se la difficoltà è cominciata con il farmaco, la causa è probabile.
Che non è disinteresse e non è un giudizio sulla sua capacità di far godere. Spesso è il contrario, cioè troppa attenzione all'altro, troppa paura di deludere, e una persona che non riesce a lasciarsi andare proprio perché si sforza di riuscire. Il modo in cui la coppia ne parla fa parte del lavoro più di qualsiasi tecnica.
No. Per molti l'orgasmo si impara, a qualunque età, conoscendo il proprio corpo e la stimolazione che funziona, senza nessun obiettivo da raggiungere. Gli studi disponibili indicano che le situazioni «da sempre» rispondono spesso bene a un lavoro di questo tipo. Prima, però, si verifica se c'è qualcosa che lo blocca: un farmaco, un dolore, un trauma o un abuso.
Molte persone lo fanno, per proteggere l'altro o se stessi. Quello che fingere impedisce è che l'altra persona impari che cosa funziona e che la coppia ne parli apertamente. Se si finge da tempo, il primo passo è capire che cosa si sta proteggendo, prima ancora di smettere.