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Francesco Lobriglio
Psicologo e Sessuologo Clinico

Dipendenza affettiva: disturbo o invenzione social?

10 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Oggi si parla molto di dipendenza affettiva fondamentalmente per due ragioni. Se da un lato gli studi in materia sono sempre maggiori, dall'altro l'interesse crescente della comunità scientifica ha avuto riverbero sui social, nonostante il DSM ancora non la contempli. La diffusione del termine non sempre ha trovato il rigore necessario quando si maneggia un tema scientifico.

La dipendenza affettiva non compare nei manuali diagnostici come un disturbo a sé stante. Un attacco di panico o un episodio depressivo hanno una lista ufficiale di criteri a cui un professionista può riferirsi. La dipendenza affettiva ha proposte, alcune molto precise, e su diversi punti un accordo sostanziale. La questione, però, è ancora aperta.

Quando una parola descrive qualcosa di vero ma non ha confini stabiliti, chiunque può usarla. La cosa più delicata è l'uso della parola come accusa o come autodiagnosi. Ogni gelosia, ogni fatica a chiudere una relazione, ogni messaggio mandato di troppo diventa «dipendenza».

In una situazione di sofferenza cercare un nome che possa dare senso al proprio dolore è il gesto più naturale che ci sia. Affinché tale ricerca sia utile, quel nome ha bisogno di una cornice entro cui essere definito.

Su che cosa la ricerca è d'accordo?

Il contenuto c'è, e su alcuni punti le fonti concordano.

Il nucleo è il timore della perdita. La relazione, o una relazione in particolare, diventa ciò da cui dipende il proprio equilibrio. Il sacrificio di sé, la perdita di controllo, il malessere quando l'altra persona è lontana nascono in risposta al timore della perdita. È un modo di amare in cui la paura prende il posto del piacere.

Il modello più usato nella ricerca la tratta appunto come una dipendenza comportamentale, con gli stessi pattern che si osservano altrove. Il bisogno della relazione cresce col passare del tempo. L'assenza dell'altra persona produce un malessere intenso. I tentativi di ridurre il contatto falliscono. La relazione entra in conflitto con il resto della vita. Il passaggio decisivo è quello dal cercare l'altra persona per stare bene al cercarla per non stare male. Il sollievo che si prova nel riavvicinarsi rinforza il comportamento anche quando, a lungo andare, lo peggiora.

Le fonti che hanno provato a scrivere dei criteri arrivano a una lista molto simile: malessere quando l'altra persona è assente, tempo assorbito dalla relazione, rinuncia alle proprie attività, sforzi ripetuti e inutili per controllarsi, ricerca dell'altra persona nonostante i problemi evidenti, difficoltà a costruire un legame stabile e sereno. Quindi, benché ancora non ci siano criteri ufficiali, diverse fonti riportano punti comuni.

C'è poi un legame con il modo in cui si è imparato ad amare. Le fonti convergono nell'associarla a uno stile di attaccamento insicuro di tipo ansioso, quello in cui l'altra persona è presente ma in modo imprevedibile. Nella storia di vita di chi sviluppa una dipendenza affettiva sono ricorrenti figure di riferimento presenti ma in modo intermittente. Uno stile di attaccamento resta però una tendenza, non un destino, e non tutte le persone con quella storia sviluppano una dipendenza affettiva.

Un punto su cui le fonti insistono è che la dipendenza si sviluppa solo in alcune relazioni, e può comparire anche quando il partner non ha nulla di particolarmente problematico. È una delle differenze principali rispetto a una personalità dipendente, in cui il bisogno di appoggiarsi agli altri è generalizzato. Per questo l'etichetta appiccicata a una persona ha poco senso. La dipendenza affettiva descrive una relazione, o un tipo di relazione.

Nei gruppi studiati si osserva spesso, insieme alla dipendenza affettiva, una fatica più ampia nel regolare le emozioni, con tratti di personalità che le rendono più intense e più difficili da gestire. Quando è così, il quadro va guardato nel suo insieme, lavorando opportunamente sui tratti di personalità.

Che cosa resta aperto

Tre questioni sono ancora aperte.

I criteri. Esistono proposte convergenti, non uno standard ufficiale. Finché manca, «diagnosi di dipendenza affettiva» resta un'espressione da usare con prudenza, perché si può descrivere un quadro ma non certificarne una categoria.

I confini. Dove finisce la dipendenza affettiva e dove comincia un disturbo di personalità, un'ansia da separazione, una dipendenza sessuale? Le fonti propongono già alcune distinzioni, ma il lavoro di diagnosi differenziale è ancora in corso.

La diffusione. Al momento mancano dati affidabili su quante persone soffrono di dipendenza affettiva.

Quindi, «è una malattia?» La risposta più onesta è che non è una diagnosi riconosciuta. Rappresenta un modo di stare in relazione, descrivibile con precisione, che produce sofferenza e per il quale esistono percorsi terapeutici.

Anche se ti riconosci in ciò che hai letto, un articolo non basta per fare una diagnosi, e nemmeno un questionario trovato online. Serve parlarne con un professionista, che può usare anche strumenti validati, ma dentro una valutazione più ampia, che tiene conto della tua storia e di questa relazione in particolare.

Se vuoi approfondire l'argomento trovi tutto nella pagina dedicata: Dipendenza affettiva.

Domande frequenti

La dipendenza affettiva è una malattia?

Non è una diagnosi riconosciuta dai manuali diagnostici. È però un modo di stare in relazione descritto con precisione dalla ricerca, che produce sofferenza e per il quale esistono percorsi terapeutici.

La dipendenza affettiva è nel DSM-5?

No. Non compare come disturbo a sé stante, con criteri diagnostici propri. Esistono criteri proposti in letteratura, convergenti fra loro, ma non ancora ufficiali.

Esiste un test per la dipendenza affettiva?

Sì, esistono test validati, ma sono a uso dei clinici, all'interno di una valutazione più ampia. Quelli reperibili online in genere non sono validati e quindi non sono affidabili. Un punteggio letto da soli non sostituisce un colloquio clinicamente orientato.

Perché sui social se ne parla così tanto?

Perché descrive un'esperienza diffusa che ancora non ha una definizione ufficiale. Senza criteri condivisi, la parola viene usata per situazioni molto diverse, spesso come etichetta o come accusa.

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