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Francesco Lobriglio
Psicologo e Sessuologo Clinico

Esercizi per l'eiaculazione precoce e per l'erezione: perché da soli possono peggiorare le cose

11 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Chi cerca in rete «esercizi per l'eiaculazione precoce» trova sempre gli stessi nomi: stop-start, squeeze, esercizi di Kegel, focalizzazione sensoriale. Sono tecniche cliniche vere e proprie, nate dentro la terapia sessuale e usate ancora oggi, e in sé non c'è nulla di sbagliato. Il problema è un altro. Usate da sole, senza un lavoro sui pensieri e sulla gestione dell'ansia, possono rinforzare proprio l'atteggiamento che mantiene il problema, cioè quello di chi vive il rapporto come una prova da superare, e in quel caso l'esercizio diventa semplicemente un'altra prova. Qui spiego che cosa sono, perché funzionano quando funzionano, e perché fatti da soli possono peggiorare le cose.

Che cosa sono

Gli esercizi per l'eiaculazione precoce hanno tutti lo stesso scopo, cioè imparare a riconoscere i livelli intermedi dell'eccitazione, invece di accorgersi dell'orgasmo quando è troppo tardi. Con lo stop-start la stimolazione si interrompe quando l'eiaculazione si sente vicina e riprende quando l'eccitazione è calata. Con lo squeeze, alla stessa soglia, si comprime il glande per qualche secondo. Gli esercizi di Kegel allenano i muscoli del pavimento pelvico. La progressione va dall'autostimolazione alla stimolazione da parte del partner, poi alla penetrazione senza movimento, poi al rapporto completo.

Per le difficoltà di erezione gli esercizi seguono un altro principio, la focalizzazione sensoriale, cioè una serie di contatti graduali fra i partner in cui l'erezione non è l'obiettivo e per un certo periodo la penetrazione è esclusa; oppure esercizi in cui si raggiunge l'erezione, la si lascia calare e la si recupera, per sperimentare che un'erezione può oscillare senza sparire. In tutti i casi ciò che è più importante è quello che si sente mentre lo si fa, più dell'esito, cioè non eiaculare o avere l'erezione, ed è proprio qui che le cose cambiano a seconda che l'esercizio sia dentro o fuori da una terapia.

Perché funzionano, quando funzionano

Queste tecniche sono nate dentro un lavoro clinico, ed è lì che funzionano, per ragioni precise. La prima è che gli esercizi agiscono in due tempi. Il primo tempo è quando li si fa a casa. Il secondo è il colloquio successivo, in cui si parla di che cosa è successo, di che cosa si è pensato e delle resistenze di tutti e due, ed è questo secondo tempo il lavoro terapeutico vero e proprio, perché è lì che si capisce che cosa l'esercizio ha fatto emergere.

La seconda ragione è che in terapia la responsabilità del risultato passa al clinico. È il terapeuta che prescrive l'esercizio, ed è il terapeuta a farsi carico del successo o dell'insuccesso, tanto che se un esercizio non riesce non è un fallimento della persona ma un'informazione su cui lavorare. Questo abbassa l'ansia in modo molto concreto, perché per la prima volta durante un rapporto non c'è una prestazione da fornire, e il divieto temporaneo della penetrazione, che spesso accompagna gli esercizi, ha lo stesso effetto, perché toglie l'obbligo di un risultato.

La terza ragione è la parola con cui l'esercizio viene presentato. In terapia non si parla di «controllo» dell'eiaculazione, perché chi arriva in terapia ha già provato a controllarsi in tutti i modi, e proprio quel tentativo fa parte del problema. Si parla invece di sentire e di modulare. La differenza non è solo di parole, perché un esercizio spiegato come una tecnica di controllo viene eseguito come una tecnica di controllo, con la stessa tensione di prima.

Perché da soli possono peggiorare le cose

Il primo rischio è che gli esercizi diventino pura riabilitazione. Chiunque può leggere le istruzioni e provare, ma senza qualcuno che gestisca ciò che si prova mentre li si esegue, cioè l'imbarazzo, la fretta, la delusione, l'esercizio resta un allenamento meccanico, e un allenamento, per definizione, ha un risultato da raggiungere, che è esattamente ciò da cui si voleva uscire.

Il secondo rischio ha un nome tecnico, l'ansia da metaprestazione, e vale la pena spiegarlo perché è più comune di quanto si pensi. La persona esegue la focalizzazione sensoriale, sa che non deve preoccuparsi della prestazione, e comincia a preoccuparsi di non riuscire nemmeno così. Il pensiero è: «sono rilassato, non devo avere l'erezione, e allora perché non mi viene?». In altri termini la regola «devo funzionare» si è semplicemente spostata sull'esercizio. In questi casi, osservano i clinici, prescrivere altra focalizzazione o altro rilassamento non serve, perché il problema non sta nella tecnica. Serve invece un lavoro cognitivo sulle convinzioni che producono l'ansia e sul modo in cui la persona osserva se stessa.

Il terzo rischio riguarda gli esercizi fatti da soli per l'eiaculazione precoce. Con lo stop-start in autostimolazione si allungano i tempi, e molte persone ci riescono anche bene. Poi però, con il partner, i pensieri di prima tornano, e con loro tornano i tempi di prima, perché l'esercizio ha allenato il corpo mentre il problema si manifesta nella relazione, cioè in presenza dell'altra persona e dei pensieri che quella presenza attiva.

Il quarto rischio è il meno evidente. Le persone con eiaculazione precoce arrivano in terapia dopo molti tentativi di sentire di meno: distrarsi, pensare ad altro, accorciare i preliminari, anestetizzare. Un esercizio fatto per «resistere» rientra nella stessa categoria, e tutto ciò che serve a non sentire, per quanto sembri utile sul momento, mantiene il circolo. C'è infine un rischio che riguarda il modo in cui si leggono i risultati. Quando un esercizio va male, chi lo fa senza un terapeuta lo interpreta come una ricaduta e torna a catastrofizzare, mentre in terapia si impara a distinguere un episodio isolato, che rientra nella normale variabilità, da un vero peggioramento.

Come si usano in terapia

In terapia gli esercizi sono uno dei tre piani del lavoro, insieme ai pensieri e alla coppia, e arrivano per ultimi. Prima viene la psicoeducazione, cioè spiegare come funziona l'eccitazione, perché il monitoraggio continuo la blocca e che cosa mantiene il sintomo. Poi si individuano le convinzioni, come «devo durare» o «l'erezione deve restare intatta per tutto il rapporto», e si lavora sull'ansia. Gli esercizi entrano solo dopo, adattati alla persona e alla coppia, e ogni volta se ne parla nel colloquio successivo. La ricerca sugli interventi psicologici mostra risultati maggiori sulla soddisfazione e sul vissuto che sui tempi misurati, e questo è coerente con il loro scopo, che è tornare a sentire e non a resistere.

Va ricordato che in ogni caso nessun professionista può promettere un esito. Gli esercizi sono utili quando servono a sentire, mentre quando servono a superare una prova diventano semplicemente un'altra prova. Se hai già provato senza un terapeuta e quello che senti durante il rapporto non è cambiato, si tratta di un'informazione utile da cui partire in un primo colloquio.

Se vuoi approfondire, l'eiaculazione precoce e il modo in cui si lavora in terapia sono descritti nella pagina dedicata: Eiaculazione precoce.

Domande frequenti

La tecnica stop-start funziona?

È l'esercizio più studiato per l'eiaculazione precoce e in terapia si usa. Serve a riconoscere i livelli intermedi dell'eccitazione. Da solo, eseguito come tecnica di controllo, tende a diventare una nuova prestazione da superare.

Gli esercizi di Kegel servono per l'eiaculazione precoce?

Allenano i muscoli del pavimento pelvico e fanno parte di alcuni programmi di terapia. Non intervengono su ciò che mantiene il problema, cioè l'attenzione che si sposta dalle sensazioni al risultato.

Che cos'è la focalizzazione sensoriale?

Una serie di contatti graduali fra i partner, nati nella terapia sessuale, in cui l'erezione e l'orgasmo non sono l'obiettivo e per un periodo la penetrazione è esclusa. Serve a tornare a sentire; in terapia si accompagna sempre a un lavoro sui pensieri.

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