Come aiutare il partner con una difficoltà sessuale: il peso del giudizio, delle pretese e della disponibilità
Chi sta accanto a una persona con una difficoltà sessuale si chiede spesso che cosa può fare, e a volte teme di aver già fatto qualcosa di sbagliato. La risposta breve è che il partner ha un ruolo importante, in due direzioni opposte. Può, senza volerlo, contribuire a mantenere il circolo vizioso da cui il sintomo dipende, e può invece essere la persona che aiuta a interromperlo. Qui spiego tre cose che i clinici descrivono con chiarezza, e cioè il ruolo del giudizio, quello delle pretese e quello della disponibilità. Una precisazione vale per tutto l'articolo, ed è che si parla di come il partner viene percepito, non di colpe.
Il giudizio, reale o percepito
Per esempio, nelle difficoltà di erezione e nell'eiaculazione precoce il circolo vizioso parte quasi sempre da una sequenza semplice: un rapporto andato male e poi un commento. Il commento può essere una battuta, un silenzio, una domanda come «che succede?», perfino uno sguardo, perché per la persona che ha appena avuto la difficoltà, in quel momento, qualunque cosa viene vissuta come un giudizio. Dalla volta successiva l'attenzione non sta più sul corpo dell'altra persona o sul proprio piacere, ma sulle conseguenze di un altro possibile insuccesso, cioè sulle critiche, sulla derisione, sull'abbandono, e chi durante un rapporto si aspetta di essere giudicato, per il modo stesso in cui funziona l'eccitazione, non si eccita.
I clinici che hanno descritto questo meccanismo aggiungono un dettaglio importante, e cioè che la difficoltà peggiora se il partner è giudicante, ma anche se viene soltanto vissuto come tale. Questo vuol dire che il partner può non aver detto nulla ed essere comunque percepito come giudicante, perché chi ha il sintomo gli attribuisce lo stesso giudizio severo che dà a se stesso. In altri termini il giudizio percepito ha lo stesso effetto di quello reale, e a volte ne ha di più, perché non può essere messo in discussione.
Vale anche il contrario, perché il partner ha le sue emozioni. Dopo un rapporto andato male prova frustrazione, delusione e a volte rabbia, e spesso si sente rifiutato, perché interpreta il sintomo come disinteresse o come il segno di un'altra relazione. Sono reazioni comprensibili, ma sono proprio quelle che l'altra persona percepisce come un giudizio, e così il circolo si alimenta da tutte e due le parti senza che nessuno dei due lo faccia apposta.
Le pretese, reali o percepite
Il secondo punto riguarda le aspettative. Molte persone con una difficoltà sessuale descrivono il partner come esigente sul piano sessuale, oppure come dominante, qualcuno che sa che cosa vuole, che lo chiede e che si accorge di tutto. A volte è proprio così, ma più spesso le pretese sono quelle che la persona attribuisce al partner a partire dalle proprie convinzioni, e cioè che l'uomo debba essere sempre pronto, che sia responsabile dell'eccitazione dell'altra persona, che un rapporto debba durare un certo tempo. Chi crede a queste cose sente le pretese anche dove non ci sono, e ogni rapporto diventa un obbligo da assolvere.
Distinguere fra le due cose è importante, perché cambia il lavoro da fare. Quando le pretese sono percepite, il lavoro riguarda le convinzioni di chi ha il sintomo, e il partner può aiutare soltanto dicendo con chiarezza che cosa desidera realmente. Quando invece le pretese sono reali allora il lavoro riguarda tutti e due, perché quelle aspettative fanno parte di ciò che mantiene il sintomo.
La disponibilità
Il terzo punto è quello che aiuta di più, ed è anche quello di cui si parla di meno. Per esempio nel trattamento delle difficoltà di erezione i clinici hanno osservato che la disponibilità del partner a un piacere che non dipenda dalla penetrazione rassicura la persona con il sintomo e facilita il lavoro, mentre quando questa disponibilità manca diventa uno degli ostacoli principali. La ragione è semplice. Se il piacere dell'altra persona dipende soltanto dall'erezione, l'erezione resta un obbligo, e finché resta un obbligo l'eccitazione non arriva.
Disponibilità vuol dire partecipare alla pari, cioè con le proprie sensazioni, le proprie difficoltà e i propri tempi, che hanno la stessa importanza di quelli di chi ha il sintomo. Nella pratica vuol dire tre cose concrete. La prima è non sostituirsi al medico o al terapeuta, ma accettare che la difficoltà venga affrontata insieme. La seconda è non chiedere «com'è andata?» dopo ogni rapporto, perché la domanda riporta l'attenzione proprio sulla prestazione. La terza è non spaventarsi quando le cose cambiano, ed è forse la meno ovvia. Per esempio quando un'erezione torna grazie a un farmaco o a una terapia, alcune persone si sentono estranee a quel cambiamento, come se non fossero loro a eccitare l'altra persona, e anche questo va detto e affrontato, perché altrimenti diventa una resistenza non detta che rallenta tutto il resto.
Che cosa aiuta?
Le cose che aiutano sono poche e precise. Aiuta ricordare, e ricordarsi, che non si tratta di disinteresse né di una cosa fatta apposta, perché spesso è vero il contrario, cioè troppo coinvolgimento nel voler fare bene. Aiuta non trasformare il rapporto in una verifica, né con le domande né con il silenzio. Aiuta dire che cosa si desidera realmente, invece di lasciare che l'altra persona lo immagini, e aiuta accettare di partecipare alla terapia, se c'è una relazione stabile, perché il sintomo si manifesta in due. Aiuta, infine, dire anche le proprie difficoltà, perché non di rado, quando la coppia comincia a parlarne, si scopre che anche il partner ne ha una sua, nata da questa situazione o già presente prima.
Va ricordato che in ogni caso nessun professionista può promettere un esito. Quello che si può fare è lavorare per capire come il partner viene percepito, che cosa di quella percezione è reale e che cosa no, e come la coppia può smettere di trattare il sesso come un esame da superare.
Se vuoi approfondire, le difficoltà sessuali e il modo in cui si lavora in terapia, in coppia o da soli, sono descritte nella pagina dedicata: Sessuologia: le difficoltà sessuali.
Domande frequenti
Che cosa devo dire al mio partner dopo un rapporto andato male?
Poco, e senza domande sulla prestazione. Che non è un problema di interesse, che si può affrontare, e che il modo in cui se ne parla fa parte della soluzione più di ogni tecnica.
È colpa mia se il mio partner ha una difficoltà sessuale?
No. Il partner può, senza volerlo, mantenere il circolo con un commento o un silenzio, ma il sintomo ha quasi sempre altre origini. Ciò che conta è come il partner viene percepito, e su questo si può lavorare insieme.
Devo partecipare alla terapia?
Se c'è una relazione stabile, partecipare è la via preferibile, perché il sintomo si manifesta nella relazione. Si partecipa alla pari, con le proprie sensazioni, i propri tempi e le proprie eventuali difficoltà.
Il mio partner mi vede come esigente, ma io non chiedo niente.
Succede spesso: le pretese percepite nascono dalle convinzioni di chi ha il sintomo, non da ciò che l'altra persona chiede. Dire con chiarezza che cosa si desidera realmente aiuta più di qualsiasi rassicurazione generica.
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