Problemi sessuali nella coppia: il sintomo di uno, il problema di due
Quando in una coppia stabile una persona ha una difficoltà sessuale, la richiesta di aiuto arriva quasi sempre da chi ha il sintomo, e spesso questa persona viene in studio senza il partner, che pensa di non essere coinvolto o non sa in che modo potrebbe essere utile. Il sintomo, in effetti, è di una persona sola, ma il problema riguarda tutti e due. Questo vale per l'eiaculazione precoce come per le difficoltà di erezione, per il calo del desiderio e per il dolore nei rapporti, e vale per tre ragioni. La prima è che il sintomo si manifesta dentro la relazione, e quindi viene visto e interpretato dall'altra persona, che si chiede se dipende da sé, se il desiderio dell'altro è finito o se c'è qualcosa che non viene detto, e questa interpretazione, giusta o sbagliata che sia, entra a far parte del problema. La seconda è che le reazioni di entrambi mantengono il circolo vizioso, perché ciò che si dice e ciò che si tace dopo un rapporto andato male influisce su come andrà il rapporto successivo. La terza è che con il tempo il sintomo entra a far parte dell'equilibrio della coppia, e da lì non si toglie senza aver capito quale funzione ha. Da queste tre ragioni discende una conseguenza pratica, e cioè che, quando c'è una relazione stabile, lavorare insieme in terapia è la scelta preferibile, anche se non è l'unica possibile.
Una difficoltà sessuale riguarda sempre anche il partner, e l'eiaculazione precoce è l'esempio più chiaro, perché gli studi la considerano il sintomo maschile che più dipende dal partner e parlano di «coppia asincrona», dato che ciò che manca è la sincronia dei tempi fra due persone. Lo stesso vale per la difficoltà di erezione, che i manuali di sessuologia medica descrivono come un problema della coppia anche quando a viverla è uno solo. Lo stesso si vede nelle difficoltà femminili. Quando la penetrazione fa male o non riesce, il partner ha quasi sempre paura di far male, e le due paure, quella di chi sente il dolore e quella di chi teme di provocarlo, si rafforzano a vicenda, fino a che la coppia si abitua a vivere senza rapporti, e non di rado, dietro il problema più evidente di chi ha il dolore, se ne nasconde uno del partner, di desiderio o di erezione. Anche nel calo del desiderio la difficoltà prende forma nella coppia, perché due persone hanno quasi sempre livelli diversi di desiderio, e il problema nasce dal modo in cui la differenza viene gestita più che dalla differenza in sé, con chi desidera di più che insiste o si offende e chi desidera di meno che si sente in colpa e comincia a evitare anche le carezze.
Il punto è che l'altra persona non vede il sintomo in sé, ma vede un comportamento, e a quel comportamento dà un significato. Così un'erezione che si perde viene interpretata come disinteresse, come il segno di un'altra relazione o come un rifiuto, e un orgasmo che arriva troppo presto viene interpretato come incapacità, quasi fosse volontario. Dopo il rapporto una persona prova vergogna e imbarazzo, l'altra frustrazione o rabbia, e tutte e due tendono a tacere. Il silenzio, a quel punto, ha lo stesso peso del sintomo, perché ognuno resta chiuso nella propria interpretazione e nessuno dei due la verifica con l'altro.
Le reazioni mantengono il circolo
Chi ha il disturbo, di solito, prova a risolverlo senza parlarne, come se fosse una cosa soltanto sua. È una strategia comprensibile, perché nasce dal bisogno di non fallire di nuovo, ma è anche quella che aggrava di più la distanza e il disagio dell'altra persona, che a sua volta reagisce: si sente rifiutata, chiede spiegazioni oppure, a un certo punto, smette di chiedere. La volta successiva la persona con il sintomo sa di essere osservata, e l'ansia sale.
Anche il partner, senza volerlo, può mantenere il circolo con una domanda di troppo, con un silenzio o con un atteggiamento che viene vissuto come giudicante, anche quando non lo è. In molte coppie, inoltre, a questo circolo se ne aggiunge un altro, quello dell'attaccamento, che riguarda il bisogno di sentirsi importanti per l'altra persona e sicuri del legame. Funziona così. Una persona, di fronte alla difficoltà sessuale, si spaventa e protesta, chiede spiegazioni, cerca vicinanza e conferme, mentre l'altra, per proteggersi da quella che sente come un'accusa, si ritira, evita il discorso e a volte evita anche il contatto. Il ritiro viene letto da chi protesta come la prova di non contare più, e allora la protesta aumenta, e chi si ritira si sente sempre più in difficoltà e si allontana ancora di più. Queste risposte sono quasi sempre automatiche, nessuno dei due le sceglie, e proprio per questo si ripetono uguali ogni volta. Dentro questo circolo una normale difficoltà sessuale viene letta attraverso il filtro della paura di essere lasciati, e finisce per diventare la prova che la relazione sta finendo. I due circoli, quello sessuale e quello dell'attaccamento, si rafforzano a vicenda, e per questa ragione lavorare sul sintomo senza lavorare anche sul modo in cui la coppia ne parla, di solito, non basta.
L'equilibrio sintomatico
C'è poi un terzo motivo, meno intuitivo dei primi due. Fra la comparsa del sintomo e la richiesta di aiuto passano spesso mesi o anni, e in tutto quel tempo la coppia costruisce intorno al sintomo abitudini che permettono alla relazione di continuare: si fa l'amore in un certo modo e in certi momenti, oppure non si fa più, e la vita va avanti lo stesso. Il sintomo, in altri termini, entra nell'equilibrio della coppia, e questo spiega due cose che altrimenti sorprendono. Spiega perché a volte, proprio quando il sintomo migliora, compaiono resistenze impreviste, e spiega perché non di rado, risolto il problema di una persona, compare una difficoltà dell'altra che fino a quel momento era rimasta nascosta.
Va ricordato che tutto questo non è colpa di nessuno, perché è semplicemente il modo in cui le coppie si adattano a ciò che fa male. In terapia, però, va compreso prima di intervenire sul sintomo, perché togliere un sintomo che ha una funzione nella relazione, senza aver capito quale, spesso vuol dire vederlo tornare in un'altra forma.
Che cosa vuol dire collaborare in terapia
La terapia sessuale è nata proprio da questa idea, e cioè che il paziente sia la coppia e non la persona che porta il sintomo. Nella pratica questo cambia il modo di lavorare fin dal primo colloquio. Il partner partecipa ai colloqui e, quando ci sono esercizi da fare a casa, li fa insieme all'altra persona, perché il sintomo compare nel rapporto fra due persone e non ha senso lavorarci lasciandone fuori una. Il suo ruolo va chiarito fin dall'inizio, perché è facile fraintenderlo. In terapia sessuale il partner riceve esplicitamente il ruolo di coterapeuta. Vuol dire che partecipa al lavoro alla pari, con la stessa responsabilità e la stessa importanza dell'altra persona, perché il problema è di entrambi e la terapia lavora sulla coppia. La sua sicurezza, il suo piacere e le sue difficoltà hanno lo stesso peso di quelli di chi ha il sintomo, gli esercizi vengono pensati per tutti e due, e ciò che il partner osserva e prova durante il lavoro è materiale della terapia quanto ciò che prova l'altra persona. Quando questo ruolo non è chiaro, il partner finisce per sentirsi usato o stanco, e il lavoro si ferma. Non di rado, inoltre, quando la coppia comincia a parlarne, si scopre che anche il partner ha una difficoltà sua, nata da questa situazione o già presente prima, ed è per questo che, accanto ai colloqui di coppia, vengono effettuati anche colloqui separati.
Il lavoro riguarda le convinzioni di tutti e due, come quanto «dovrebbe» durare un rapporto o che cosa vuol dire un'erezione che si perde, e, per le difficoltà femminili, l'idea che l'orgasmo debba arrivare per forza con la penetrazione o che un calo del desiderio voglia dire che l'amore è finito. Riguarda poi il modo in cui ci si parla dopo un rapporto andato male e la possibilità di tornare a un'intimità che non sia una verifica.
Se il partner è assente o non se la sente di partecipare alla terapia
Lavorare in coppia è la scelta preferibile, ma non è una condizione indispensabile. Alcuni partner non capiscono perché dovrebbero venire, altri non sono disponibili, e alcune persone semplicemente non hanno un partner. In tutti questi casi si può lavorare lo stesso, sull'ansia, sulla propria storia, sulle convinzioni e sul rapporto con le proprie sensazioni, e la terapia prepara il terreno per i rapporti futuri. Quello che cambia è che, senza l'altra persona nella stanza, ciò che il sintomo rivela della relazione va ricostruito dal racconto del singolo invece che della coppia.
Va ricordato che in ogni caso nessun professionista può promettere un esito. Quello che si può fare è lavorare per capire di quale difficoltà si tratta, quale funzione ha nella coppia e come affrontarla insieme nel miglior modo possibile.
Se vuoi approfondire, le difficoltà sessuali e il modo in cui si lavora in terapia, in coppia o da soli, sono descritte nella pagina dedicata: Sessuologia: le difficoltà sessuali.
Domande frequenti
Se il problema è del mio partner, perché dovrei venire anch'io?
Perché il sintomo si manifesta dentro la relazione: come viene letto, come se ne parla e come ci si comporta dopo fanno parte di ciò che lo mantiene. Lavorare in due permette di intervenire su tutto questo, non solo sul sintomo.
La terapia di coppia serve anche se non litighiamo?
Sì. Non si tratta di una terapia per i conflitti, ma di un lavoro sulla sessualità della coppia: molte coppie che vanno d'accordo hanno smesso di parlare di sesso proprio per proteggere il rapporto.
Il partner deve fare gli esercizi?
Quando ci sono esercizi da fare a casa, di solito si fanno in due, perché il sintomo compare nella relazione. Il partner li fa alla pari, con il ruolo che la terapia sessuale chiama di coterapeuta, cioè partecipa con le proprie sensazioni, le proprie difficoltà e i propri tempi, che hanno la stessa importanza di quelli di chi ha il sintomo, e gli esercizi vengono pensati per tutti e due.
E se il mio partner non vuole venire?
Si può lavorare lo stesso, da soli, sull'ansia, sulla storia e sulle convinzioni. La coppia è la via preferibile, non una condizione indispensabile per iniziare.
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